Per quel giorno che vissi in stato di grazia
cento ne pagai come condanna per il mio sbaglio.
Sul rogo acceso del ricordo era il mio sofferente cuore,
e nell’infinito rimaneva la scia di quel dolore ch’io non provavo più.
In un attimo eterno la soglia mia si era aperta,
ma sbarrasti la tua porta per non farmi entrare.
Sullo zerbino aspetto come un cane,
aspetto un padrone impaurito dal suo stesso cuore infedele.
Che quel giorno pagasti un pegno minore del mio cappio,
e rimanesti nel silenzio per tacere quella verità che ancora non vuoi.
Sul patibolo io sola, ho affrontato il giudizio estremo
di chi si sentiva ingannato, e strazio e furore mi venivan contro,
e per tenermi salda ho stretto forte a me solo quel gingillo,
quell’unico pensiero che mi dasti con affetto.
Che tu sia salvo è un bene, che tu abbia il tuo solito andirivieni,
che tu mangi e bevi come se niente fosse;
è un bene per te non ricordare nulla della felicità,
perché così te ne priverai ancora credendoti soddisfatto di ciò che hai.
Ma in punto di morte io pronunciai il tuo nome
e proprio per questo nome io dovetti piegare il mio capo
e sperare solo nel Signore, unico mio bene rimasto,
mentre tu sei tornato alla solita tua strada impervia.
Io strinsi quel gingillo al collo e persino mi punsi,
per punirmi d’aver sperato invano nell’amore di un debole uomo!







